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Il plain language, l'antitesi del burocratese

 

 

È innegabile che all’interno delle pubbliche amministrazioni sia fortemente cresciuta la sensibilità verso le attività di servizio all’utenza, e che in questo contesto un’esigenza sempre più avvertita sia quella di rendere più comprensibile il linguaggio burocratico.

La semplificazione del linguaggio amministrativo rappresenta, infatti, uno degli strumenti per migliorare il rapporto cittadini-pubblica Amministrazione; ma cosa si può e si deve fare ancora per migliorare la comunicazione pubblica e per renderla comprensibile ai cittadini?

Il nodo del problema sta proprio nella parola semplificazione: come sosteneva infatti Galileo Galilei «Parlare oscuramente lo sa fare ognuno, ma chiaro, pochissimi».

Una pubblica Amministrazione che quando comunica con i cittadini si fa capire, usa un linguaggio chiaro, diretto, preciso e il più possibile vicino alla lingua che la gente parla tutti i giorni è sicuramente una pubblica Amministrazione più vicina ai cittadini.

Inoltre, un linguaggio semplice e chiaro consente ai cittadini stessi un controllo sull'attività svolta dalla pubblica Amministrazione, rendendo effettivo il principio della trasparenza amministrativa.

Il linguaggio con cui sono scritti gli atti istituzionali, comunemente definito burocratese, invece, spesso non è chiaro, usa formule solenni e termini tecnici e pertanto risulta di difficile comprensione.

Esiste un tipo di linguaggio che si può considerare l'antitesi del burocratese e nasce proprio in reazione ad esso. Per definirlo, nei paesi anglofoni si usa l'espressione plain english, o, più genericamente, plain language «linguaggio chiaro, semplice».

Scrivere in plain language significa individuare tutte e solo le informazioni di cui il lettore ha bisogno, per poi organizzarle ed esporle in modo che abbia buone probabilità di comprenderle. Idealmente, il lettore dovrebbe riuscire a capire il testo alla prima lettura.

Il lettore prima di tutto: è infatti questo lo slogan che sintetizza il principio cardine del plain language.

Il plain language è, dunque, la lingua ordinaria, che si sforza di assomigliare a quella usata nella conversazione quotidiana (senza, tuttavia, arrivare a coincidere con essa, perché le differenze tra oralità e scrittura non si possono eliminare del tutto).

Oltre dieci anni fa, sulla scia di una direttiva dell' Ocse e di analoghe esperienze straniere, quali il premio «Plain language» in Svezia, il premio «Crystal Mark» del mondo anglosassone e le direttive sul «Plain english» emanate dall'ex Presidente degli Usa, Clinton, nell'ambito del programma di «Reinventing Government», inizia anche in Italia il processo di semplificazione del linguaggio amministrativo.

è infatti del 1993 il Codice di stile, la prima guida per scrivere testi semplificati realizzata dal Dipartimento della funzione pubblica e promossa dall'allora Ministro Sabino Cassese.

Inizia con un'ampia introduzione teorica, cui segue una serie di raccomandazioni per la redazione di testi amministrativi comprensibili.

Vari gli aspetti affrontati: dall'impostazione grafica del documento alla forma linguistica vera e propria. Non mancano gli esempi pratici: un'antologia di documenti autentici di vario genere (bandi, moduli, deliberazioni, circolari), con, accanto, versioni rielaborate secondo i princìpi precedentemente enunciati. In appendice è riportato il vocabolario di base della lingua italiana di Tullio De Mauro: le 7.000 parole di uso più comune, che almeno la metà degli italiani conosce. Da questo insieme si dovrebbero attingere, per quanto possibile, i vocaboli da impiegare nei testi amministrativi.

Successivamente, nel 1997, è stato pubblicato il Manuale di stile curato dal prof. Alfredo Fioritto. Il Manuale, inteso come la naturale prosecuzione del Codice, è nato dalla collaborazione di linguisti, esperti di diritto amministrativo e di comunicazione e contiene una serie di regole e suggerimenti per coloro che lavorano nelle pubbliche amministrazioni e, in particolare, per quanti hanno il compito di comunicare con i cittadini. L'intento è quello di fornire agli operatori della pubblica Amministrazione un maneggevole strumento di lavoro, da utilizzare nella pratica quotidiana.

Il libro fornisce, infatti, consigli linguistici, giuridici e grafici utili per scrivere in modo più semplice i documenti amministrativi ed è diviso in tre parti:

- la guida alla redazione dei documenti amministrativi: raccolta di suggerimenti sintattici, lessicali e logico-concettuali per scrivere documenti amministrativi leggibili e chiari;

- la guida alle parole delle pubbliche amministrazioni (Il Glossario): una raccolta di termini tecnici e giuridici (circa 500) con la spiegazione del loro significato;

- la guida all’impaginazione dei documenti amministrativi: una raccolta di raccomandazioni pratiche e di suggerimenti grafici per la redazione dei documenti e dei moduli prodotti dall'Amministrazione.

Aspetto fondamentale che il legislatore sottolinea in più punti e che testimonia il reale e significativo mutamento di prospettiva, è la centralità che deve assumere il destinatario della comunicazione: è necessario che la pubblica Amministrazione identifichi a chi è rivolta la propria comunicazione e si sforzi di adattarla il più possibile ad esso.

Il 2002 vede il Dipartimento della funzione pubblica particolarmente attivo sul fronte della lotta al burocratese, e vengono emanate due importanti direttive: quella del 7 febbraio 2002 (Le attività di comunicazione delle pubbliche amministrazioni) e quella, ancora più specifica, dell'8 maggio 2002 (Semplificazione del linguaggio dei testi amministrativi).

Inoltre, prende l'avvio il progetto «Chiaro!», un progetto per la semplificazione del linguaggio amministrativo tuttora in corso. Mettere a confronto i documenti di diverse amministrazioni permette non solo di individuare gli atti migliori, vale a dire quelli più semplici e leggibili, ma anche di capire a che punto è la sensibilità dei cittadini e delle amministrazioni sul tema della semplificazione.

Un gruppo di esperti fornisce inoltre un servizio di assistenza on line: ad esso le amministrazioni possono rivolgersi per ricevere consigli sulla corretta redazione di un documento, o anche ottenere l'integrale riscrittura di alcuni testi.

Tuttavia, malgrado innegabili progressi, il quadro generale non è idilliaco.

Più di dieci anni di sforzi tesi alla semplificazione non hanno impedito che molti burocrati seguitino ad utilizzare formule stereotipate e convenzioni linguistiche obsolete, rivolgendosi ad esempio ai «soggetti passivi del provvedimento» anziché ai «semplici interessati».

Per cambiare il modo di comunicare non basta, dunque, applicare delle regole astratte apprese da un manuale: deve cambiare la mentalità, la cultura sottostante, deve consolidarsi l'idea che sono finiti i tempi di un'Amministrazione pubblica autoreferenziale, intenta a uno sterile dialogo con se stessa e abituarsi a scrivere in funzione dell’unico vero interlocutore, cioè il cittadino.

Ecco perché le pubbliche amministrazioni, più di chiunque altro, dovrebbero ricorrere al plain language, data la loro vocazione a operare nell'interesse collettivo. Al potere dell'autorità amministrativa di adottare atti che incidono, spesso pesantemente, sulla sfera privata dei cittadini, fa da contrappeso il dovere di comunicare questi atti con la massima chiarezza possibile. Quindi, deliberazioni, ordinanze, decreti, bandi di gara e di concorso, avvisi pubblici, moduli, lettere a singoli cittadini: tutti questi documenti andrebbero stilati in plain language.

Il plain language non è un particolare stile di scrittura, ma va visto più correttamente come un «processo» che si articola, grosso modo, in tre fasi:

1) la progettazione (planning), in cui si pianifica ciò che si dirà: si identificano i destinatari e le loro esigenze, si definisce lo scopo della comunicazione e, su queste basi, si raccolgono e si organizzano le informazioni;

2) la stesura del testo (drafting), in cui si dà forma linguistica e grafica al piano precedentemente elaborato, applicando determinate tecniche che favoriscono la leggibilità;

3) la revisione (editing), in cui si verifica l'efficacia di ciò che si è scritto, possibilmente testandolo su lettori reali, e si apportano, se necessario, le opportune modifiche.

Scrivere bene un testo amministrativo non significa, comunque, semplicemente applicare delle regole date una volta per tutte, ma individuare, per ogni testo, per ogni frase, il giusto punto di equilibrio tra spinte diverse. Imparare a scrivere bene un testo amministrativo non significa, a sua volta, imparare delle regole, significa impadronirsi di una «filosofia» di scrittura, di una serie di espedienti tecnici e della capacità di valutare pregi e difetti di tali espedienti, applicandoli nei singoli contesti.

Basta dunque con l'oscurità e l'ambiguità di sapienti costruzioni di parole pompose, di frasi lunghe e paragrafi interminabili, perché non è assolutamente vero che uno stile di scrittura complicato sia un segno di forza intellettuale.

Finché non si affermerà, in maniera diffusa e capillare, soprattutto nel campo della comunicazione istituzionale, la cultura del plain italian, dell’italiano chiaro e semplice, il burocratese sarà difficile da debellare.

                                                                                                                        Dott.ssa Josè Bernò

                                                                                                                        Responsabile URP

 Comune di Massarosa (Lucca)

 

 

Riferimenti bibliografici utilizzati per la redazione del presente articolo

Azzoni V., Guida alla redazione dei testi normativi, in «Nuova Rassegna», 2001, n. 22, pag. 2236.

Cassese S., Codice di stile delle comunicazioni scritte ad uso delle amministrazioni pubbliche, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento funzione pubblica, Roma, 1993. 

Cortelazzo Michele A., Pellegrino Federica (a cura di), Guida alla scrittura istituzionale, Roma-Bari, Laterza, 2003.

Fioritto A. (a cura di), 1997. Manuale di Stile. Strumenti per semplificare il linguaggio delle amministrazioni pubbliche, Dipartimento della funzione pubblica, Bologna, il Mulino, 1997.

Fortis D., Il Plain Language: quando le istituzioni si fanno capire, I quaderni del MdS-2003.

Ponti A., Semplificazione del linguaggio dei testi amministrativi, in «Nuova Rassegna», 2003, n. 5, pag. 454

Tullio De Mauro, Guida all'uso delle parole, Editori Riuniti, 1997.

-, Capire le parole, Laterza, 1994.

 

Sitografia

www.mestierediscrivere.com

www.funzionepubblica.it/chiaro

Pubblica Amministrazione: premio "Chiaro" il nuovo progetto per semplificare il linguaggio

 

A margine

Per affinità di materia si ricordano due documenti della Presidenza del Consiglio dei ministri con i quali sono state dettate le regole per la stesura dei provvedimenti a contenuto normativo generale (ampiamente analizzati ed approfonditi da V. Azzoni nell’articolo Guida alla redazione dei testi normativi sopra citato) e cioè:

  • circolare 20 aprile 2001, n. 1.1.26/10888/9.92, «Regole e raccomandazioni per la formulazione tecnica dei testi legislativi»;

  • «Guida alla redazione dei testi normativi».

Riprendendole dal citato articolo di Azzoni indichiamo le principali regole da osservarsi secondo la «Guida»:

è bandita l’abbreviazione, tranne per la parola «articolo» («art.», ammesso peraltro solo nell’intestazione della norma);

le sigle (es. TARSU, ICI, CORECO, RAVA) sono consentite solo in caso di frequente ripetizione nel testo, purché alla prima citazione la locuzione venga esplicitata per esteso (e comunque sempre a caratteri maiuscoli e senza punti di separazione fra le lettere);

se per la congiunzione «e» non sorge problema, la disgiuntiva «o» introduce un’alternativa che può essere o assoluta (es.: «O Roma o morte»), per cui la disgiuntiva va appunto ripetuta due [o più] volte, o relativa (es.: «Chi abita in Aosta o nei dintorni beneficia…»), per cui si usa la locuzione «ovvero», con rigorosa esclusione sia dell’espressione «e/o» sia della doppia negazione «né … né»;

da evitare i caratteri maiuscoli, anche nelle lettere iniziali, fatta eccezione per i nomi propri, per le denominazioni geografiche, per le parole con un effetto indicativo puntuale (es.: «Stato»); nelle locuzioni composite è maiuscola solo l’iniziale della prima parola (es.: «Presidente del consiglio»);

da evitare anche i neologismi e i termini stranieri, mentre occorre fare un uso molto accorto dei termini giuridici e tecnici: in particolare i primi vanno spesi nel pieno rispetto del loro significato peculiare, eventualmente da spiegare appropriatamente;

va privilegiata la coniugazione attiva (es.: «Il Sindaco nega il rilascio») rispetto a quella passiva (es.: «È dal Sindaco negato il rilascio») ed a quella passivante (es.: «Si nega il rilascio»);

per ragioni di stringatezza e di chiarezza bisogna limitare le proposizioni subordinate ed eliminare quelle introdotte con il gerundio, foriero di incertezze;

dal momento che la norma è un comando, il suo modo verbale tipico è l’indicativo presente, non il futuro né tanto meno il congiuntivo: se la proposizione ha un senso dubitativo, occorre usare non il «qualora» seguito dal congiuntivo, ma il «se» seguito dall’indicativo;

è sconsigliato l’uso dei verbi servili (es.: potere, dovere, volere) per la loro tendenza alla confusione e per la loro sostanziale inutilità ai fini di formulare un ordine già racchiuso nell’essenza della norma, espressa – come detto – con il tempo dell’indicativo: meglio dunque «fa», imperativo, rispetto a «devi fare», «sei vincolato a fare», «farai»; più pericoloso ancora il verbo «potere», che spesso nasconde, sotto il manto della possibilità, la sostanza dell’obbligo;

mai usare «venire» al posto di «essere» nelle coniugazioni passive.


Per intervenire: redazione@noccioli.it